@me.com GIANNI CACCIARINI ———— 8 ottobre ore 17

Il Presidente dell’Accademia

prof. Luigi Zangheri

è lieto di invitare tutti

il giorno 8 ottobre alle ore 17

presso l’Accademia delle Arti del Disegno

Via Orsanmichele 4 – Palazzo dell’Arte dei Beccai

al vernissage

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GIANNI CACCIARINI

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Mai come in questi giorni gli spazi deputati all’espressione si sono scomposti, come travolti da un fiume in piena che ne ha sbriciolato il volto e la funzione che la storia aveva loro attribuito. Ne è nato un dialogo, quasi sempre affidato a spazi digitali, fra le opere e i luoghi che le contengono e le amplificano fin talvolta a sovrastarne la voce. Così dipinti a vernice spray di anonime star dei graffiti ci guardano dalle macerie di città devastate dalla guerra e si riflettono sugli schermi diafani di gallerie lontane e anodine. Oppure giovani pittori dell’Europa dell’est dialogano con la tradizione figurativa londinese e italiana, ripetendone i gesti con la veemenza e la malinconia del grunge, e la loro voce ci arriva da città di cemento costruite negli anni Cinquanta, all’interno di utopie poi franate nell’urto con una desolazione divenuta oggi elegantissima. Nell’attesa di nuove razze metropolitane il linguaggio è dunque ormai già meticcio come mai nella storia, e come non mai il luogo che ne accoglie il riverbero è parte di un discorso che ha frantumato le tradizioni nel fragore di un crollo incontenibile (e di questo sono metafora da alcuni decenni quelle arie rap che accolgono frammenti armonici all’interno di una marea sonora scomposta e vitale, voci limpide all’interno di altre terrose, quasi lacerti di un classicismo irrecuperabile se non nell’archeologia, applicata anche a tempi recentissimi). Di questa feconda potenza espressiva dell’oggi, capace di un flusso che sovrasta e scompone perfino l’accuratezza pittorica che era stata il principale strumento espressivo di Gianni Cacciarini, sono testimonianza le opere che lui oggi presenta. Opere che occupano lo spazio della tradizione come nuove identità, immemori di quanto il tempo aveva accumulato. Se in “Requip 8” Gianni usava ancora il controllo espressivo della stampa digitale come fosse elemento di una tradizione che egli stava allontanando da sé (ma quel controllo era esercitato solo attraverso l’impassibilità fredda di un procedimento industriale e non più con l’accuratezza della pittura) ora, invece, di questo meticciamento irreversibile che stiamo vivendo è frutto la colata vitale di cromie, squillanti e terrose insieme, che scioglie e travolge la forma in una scomposta inondazione. Emergono dalla corrente alcuni fiori rosa o azzurri, saporosi come carezze e onirici come il volto muto di un’Ofelia che resiste alla corrente avvolta di stoffe bagnate, oppure lo sguardo di ragazzi che volgono gli occhi smarriti sotto vegetali notturni, fluidi come acqua di lago. In altre tele, invece, chi è ritratto volge le spalle come per disinteresse verso una ribalta senza spettatori e sceglie il buio come interlocutore. Oltre la forma anche un esperimento di lettura. Al visitatore è chiesto uno spostamento attraverso due luoghi occupati entrambi: il primo da una tradizione celebrata e ingombrante, ormai quasi muta e inservibile all’oggi, e il secondo occupato da esistenze giovani che si muovono nell’ostentato rifiuto di quella tradizione e ancora inconsapevoli di dover cercare in quella alcune risposte. Così nella metafora di un viaggio esistenziale e di un dialogo fra l’uno e l’altro luogo (l’Accademia delle Arti del Disegno, e lo Spazio occupato La Polveriera), sta la possibilità di leggere le medesime immagini nel riverbero di contenitori che ne ampliano l’eco ed esaltano parti differenti del linguaggio: rumori di fondo che ora ritagliano, nel silenzio dei marmi e dei legni cerati, le isole di figurazione brutalmente incollate sulla pittura fluida, oppure, fra i teloni di plastica e le sedie recuperate, alzano il volume della pennellata che è sgorgata incurante, sia delle gocce che colavano sulle parti già dipinte, sia dei riti pittorici di una Firenze ormai lontana. Dunque un vernissage e un finissage lo stesso giorno; un tempo breve alla fruizione, come quello disponibile a chi osserva passare i tronchi trasportati da una corrente che parla a due mondi contigui, che presto saranno fusi.

 Carlo Falciani Accademico delle Arti del Disegno

 

Immagine cacciarini